Decarbonizzazione

La decarbonizzazione dell'industria pugliese


Il carbone è un combustibile fossile derivante dai resti di antiche forme vegetali, sottoposte a milioni di anni di trasformazioni chimico-fisiche ad elevate pressioni. Nelle sue varie forme, è una fonte di energia ampiamente utilizzata: fornisce un terzo di tutta l'energia a livello mondiale ed incide per circa il 40% nella produzione di energia elettrica.

L'uso del carbone, così importante in passato per lo sviluppo industriale ed economico mondiale, da diversi decenni viene messo in discussione in quanto annoverato tra le pratiche più inquinanti esistenti: la sua combustione genera elevate quantità di anidride carbonica, la molecola gassosa principale responsabile dell'effetto serra, molto più di quanto fanno altri combustibili fossili come il petrolio (e i suoi diversi derivati) e il gas naturale (ben il 46% delle emissioni di anidride carbonica da combustibili fossili è provocata dal carbone). Tutto questo contribuisce in maniera decisiva alle trasformazioni ambientali, epidemiologiche e climatiche a cui stiamo assistendo e con cui certamente ci scontreremo in futuro. Per questo, da diverso tempo, è emersa la necessità di una decarbonizzazione, non solo dei processi produttivi ma anche del quotidiano stile di vita dei cittadini. Questo nuovo scenario, sotto la spinta di fonti energetiche di transizione e rinnovabili, chiama quindi in causa non solo il mondo industriale ed ingegneristico (occorre sviluppare nuove tecnologie più pulite ed efficienti), ma anche e soprattutto il decisore politico, che deve farsi promotore ed attuatore di proposte concrete ed integrate.


L'Utilizzo del Carbone in Italia ed in Puglia


Secondo i dati di Assocarboni, l'associazione italiana che rappresenta oltre 80 aziende che ruotano attorno alla materia prima, l'Italia è l'unico paese europeo che, pur non ricorrendo al nucleare, presenta una quota di utilizzo di carbone estremamente bassa, pari al 12% del mix elettrico. Nel 2016 c'è stato un calo del 12,5% delle importazioni di carbone da vapore (pari a 14 milioni di tonnellate rispetto all'anno prima), mentre sono aumentate dell'11% quelle di carbone metallurgico e Pci (il carbone polverizzato) con 3,9 milioni di tonnellate (3,5 milioni nel 2015).

Il carbone utilizzato nel 2016 in Italia ammontava a 16.821.000 tonnellate, provenienti per la maggior parte da Africa, USA, Indonesia, Colombia, Canada, Russia e Cina.

Nonostante la marginalità che il carbone riveste nel nostro sistema energetico nazionale, dalla sua combustione in Italia si originano tuttavia ben quasi 40 milioni di tonnellate di anidride carbonica, che rappresentano da sole il 40% delle emissioni del nostro sistema elettrico. In più, un altro dato interessante ed allarmante riguarda l'approvvigionamento: il nostro paese importa via mare circa il 90% del proprio fabbisogno di carbone, con una flotta di circa 60 imbarcazioni che garantiscono una capacità di carico complessiva pari a oltre 4,6 milioni di tonnellate. Tutto ciò crea ovviamente un problema di inquinamento che va ad aggiungersi a quello intrinseco della materia prima.

Con l'approvazione della Strategia Energetica Nazionale (SEN) si fa preciso riferimento alla chiusura di tutte le centrali a carbone entro il 2025.


Il contesto Pugliese

La Regione Puglia è una tra le regioni italiane più virtuose nel settore energia. Le FER la fanno da padrone, delinenando un quadro di assoluta eccellenza: la Puglia è la principale regione italiana nel settore elettrico (14% della produzione italiana), con una produzione di 2,1 volte il consumo regionale. Questo la pone anche al primo posto per energia elettrica esportata, per capacità eolica installata (25% del totale), per capacità solare installata (14%) e seconda per produzione di energia elettrica complessiva (dati 2016, fonte: Terna, GSE e SNAM).

Dopo le belle notizie, un paradosso evidente: nonostante il grande sviluppo delle energie rinnovabili e i continui e sempre crescenti investimenti nel settore, la Puglia resta la regione a più alta intensità di emissione di CO2 in Italia e tra le prime in Europa (32 Mton all'anno). Tutto questo deriva da diverse situazioni:

  • in Puglia è concentrato circa un terzo della capacità elettrica a carbone italiana, a causa di un parco di generazione tradizionale basato su questa materia prima (Centrale termoelettrica ENEL “Federico II” di Brindisi-Cerano; secondo il Rapporto Europe's Dark Cloud del 2016, la centrale di Brindisi Sud risultava essere all'ottavo posto in Europa tra le centrali a carbone con il più alto impatto sul clima, con delle emissioni di anidride carbonica stimate in 13,1 Mton/anno; dati 2015). In Puglia si utilizzano circa 10 milioni di tonnellate di carbone all'anno;

  • le alte percentuali di emissione di CO2 (per il 2015 ammontanti al 24% del totale italiano; dati GSE, MarketWatch, SNAM) sono ampiamente influenzate dalla produzione siderurgica dell'ILVA di Taranto (nonostante la massiccia riduzione dei volumi di carbone e una diminuzione nella produzione di acciaio): ancora nel 2015 la fabbrica in questione era responsabile di circa il 20% delle emissioni di anidride carbonica regionali e da un rapporto EEA risulta essere al 29esimo posto tra i 30 impianti produttivi europei con il più alto costo sanitario da emissioni inquinanti;

  • oltre ai due più importanti impianti sovracitati, insistono sul territorio regionale altre emissioni di diossido di carbonio provenienti da attività produttive minori, ma certamente non trascurabili. 

  • la Puglia non è ancora all'altezza dei benchmark nazionali per mobilità sostenibile, per esempio per quanto riguarda l'adozione di veicoli a metano. Nessuna provincia pugliese è nella Top 20 italiana per adozione di veicoli a gas, con un 73% in meno rispetto alla regione italiana più virtuosa, l'Emilia Romagna. Una generale arretratezza si riscontra anche nell'ambito del trasporto pubblico, con vettori ridotti nel numero e obsoleti dal punto di vista tecnologico ed energetico.

Ad aggravare il danno ambientale e sanitario (documentato ormai da anni da diversi organismi ed enti regionali e nazionali quali Registro Tumori Puglia, Istituto Superiore di Sanità e Osservatorio Epidemiologico Regionale, come anche da diversi studi epidemiologici in tutto il territorio regionale, in particolare per patologie polmonari e cardiocircolatorie) si aggiunge il fatto che la Puglia risulta essere anche il primo emettitore in Italia di Idrocarburi Policiclici Aromatici (40.000 Kg all'anno).

Vi è pertanto una oggettiva necessità di revisione, aggiornamento e conversione dell'attuale sistema energetico e tecnologico, magari sfruttando il gas naturale come fonte energia temporanea per guidare finalmente una transizione energetica verso le fonti rinnovabili.


La decarbonizzazione è il processo di cambiamento del rapporto carbonio-idrogeno nelle fonti di energia.

Nel corso degli anni sono stati lanciati progetti di “decarbonizzazione profonda”, ovvero degli sforzi radicali di trasformazione, che fanno leva su efficienza energetica, decarbonizzazione della produzione di energia e su una diversa destinazione degli usi finali dell’energia.

Al fine di favorire il processo di decarbonizzazione, la Commissione Europea ha sottoscritto un Green Deal, ossia un documento che mira ad azzerare le emissioni nette di CO2 tramite misure estese a tutti i settori: dalla produzione di energia ai trasporti, dall'agricoltura ai processi manifatturieri, dal settore edile alle tecniche di riscaldamento e raffreddamento degli edifici. 

In questo senso si inserisce l'azione fondamentale della Banca europea per gli investimenti, che si intende trasformare in una "banca climatica", promotrice di investimenti tesi a sostenere politiche di decarbonizzazione. La Commissione Europea ha infatti stimato in 260 miliardi di euro gli investimenti aggiuntivi annuali per raggiungere gli obiettivi già definiti per il 2030. Ebbene, il Green Deal richiederà un notevole sforzo in più: almeno il 25% del budget europeo di lungo termine sarà destinato a misure e azioni in favore del clima, mentre la Banca europea per gli investimenti– che dal 2021 smetterà di finanziare progetti legati ai combustibili fossili – fornirà finanziamenti addizionali mirati a favorire la diffusione delle tecnologie pulite.

Nello specifico, accanto alla promozione di un mix energetico che punta sull'azione combinata di rinnovabili e ulteriori tecnologie innovative, si valuterà l'eliminazione dei sussidi ai combustibili fossili, con un occhio particolare ai carburanti dei mezzi di trasporto come navi e aerei. La logica di fondo è che il costo dei mezzi di trasporto debba rifletterne l’impatto sull'ambiente. Sotto esame, inoltre, risulta essere l'adozione di una carbon border tax per tassare alla frontiera le importazioni di determinati prodotti, in modo che il loro prezzo finale rispecchi la reale quantità di CO2 necessaria alla loro produzione.


La sfida dell'Italia

La vera sfida per governo e stakeholders è quella di definire un collegamento tra gli obiettivi al 2030 (Piani nazionali di energia e clima) e quelli per il 2050 ( raggiungimento di una neutralità climatica), il tutto garantendo quei criteri di stabilità e sicurezza necessari per il funzionamento dei settori energetico e industriale, e più in generale per la sostenibilità socio-economica a livello nazionale. La neutralità climatica al 2050 rappresenta infatti una sfida non banale, con costi iniziali non irrilevanti, soprattutto per un Paese industrializzato come l’Italia. E l’unico modo per affrontarla è provando a cavalcarne con saggezza le opportunità, guidando una transizione tecnologica e industriale  in senso low-carbon.

La maturazione di nuove tecnologie (si pensi ad esempio all’idrogeno e ai biocombustibili) e la definizione di nuovi processi e nuove procedure – ad esempio per la produzione industriale – giocheranno un ruolo fondamentale nel raggiungimento di questi obiettivi.

Questo scenario apre una grande opportunità industriale per l’Italia. Lanciare – in prospettiva 2050 ma con l’obiettivo di ‘monetizzarne’ i benefici ben prima – una vera e propria trasformazione in senso low-carbon del suo tessuto economico, sviluppando (o rafforzando) filiere industriali funzionali non soltanto al raggiungimento degli ambiziosi obiettivi di metà secolo, ma che assicurino al Paese un primato tecnologico e di know-how su scala continentale e globale. Solo così si trasformerà il cambiamento climatico in una vera opportunità.

 

Le iniziative della Regione Puglia

La Regione Puglia già dall'anno 2015 ha proposto al governo italiano la decarbonizzare della principale industria inquinante del territorio pugliese, proponendo un piano di produzione dell'acciaio in maniera pulita. Contestualmente ha avviato un ciclo di incontri sulle attività da portare avanti a livello locale, soffermandosi, in particolare, sulle sfide che l'industria siderurgica tarantina deve affrontare e sulle modalità con cui rispettare i goals di sostenibilità ambientale pianificati a livello internazionale.

  Proposta Piano per Taranto. Riconversione dello Stabilimento ILVA di Taranto.

  L'Europa Oltre il Carbone

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